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Gli esperti avvertono: il declino degli ecosistemi mette a grave
rischio il futuro delle risorse. Presentato oggi presso la FAO il
Millennium Ecosystem Assessment il più ampio ed approfondito studio
sullo stato del pianeta, sugli scenari futuri e su cosa si può
fare
Roma, 30 marzo 2005 - "L'attività umana pone una tale pressione
sulle funzioni naturali della terra che la capacità degli ecosistemi
del pianeta di sostenere le generazioni future non può più
essere data per scontata". A lanciare l'allarme è il Millennium
Ecosystem Assessment, il rapporto sullo stato degli ecosistemi del
pianeta, sugli scenari futuri e sui possibili interventi, presentato oggi
a Roma dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura(
FAO) e dal WWF. Il Rapporto è stato presentato contemporaneamente
in altre nove capitali nel mondo.
Oltre 1300 esperti, tra i più qualificati al mondo e provenienti
da 95 paesi diversi, hanno contribuito alla stesura del rapporto. La prima
conclusione a cui sono arrivati è che circa il 60 per cento dei
servizi forniti dagli ecosistemi, cioè i benefici che offrono agli
esseri umani - l'acqua, il cibo, la pesca, la regolamentazione del clima
per citarne alcuni - sono degradati o utilizzati in modo insostenibile.
"I problemi con cui dobbiamo fare i conti oggi - perdita di biodiversità,
scarsezza d'acqua, degrado delle terre aride - potrebbero peggiorare in
modo significativo nei prossimi 50 anni se non si interverrà subito",
avverte il Direttore Generale della FAO, Dr. Jacques Diouf. "Siamo
responsabili non solo verso noi stessi, ma soprattutto verso i poveri
del mondo, affinché i sistemi globali siano mantenuti nelle migliori
condizioni possibili, e possano continuare a fornire i beni ed i servizi
di cui abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza", ha detto Diouf.
In questa situazione sarà difficile raggiungere gli Obiettivi
del Millennio di ridurre la fame e la povertà, di migliorare le
condizioni di salute e di proteggere l'ambiente entro il 2015.
"Occorrono cambiamenti radicali di tutti, del mondo politico, del
mondo industriale e della società civile. Ognuno deve fare la sua
parte. La protezione delle risorse naturali non può più
essere delegata ad un piccolo settore del governo o della società",
ha affermato a sua volta il Dr. Prabhu Pingali, Direttore della Divisione
Agricoltura e Sviluppo Economico della FAO.
I governi nazionali devono fare la loro parte
"Per quanto riguarda l'Italia, - ha detto il Direttore Scientifico
e Culturale del WWF Italia, Dr. Gianfranco Bologna - il Parlamento dovrebbe
dare massima priorità all'approvazione della legge sulla contabilità
ambientale, che finalmente consentirebbe a Comuni, Province e Regioni,
e lo Stato tutto di mettere la natura in conto e di considerare il valore
anche economico dei servizi offerti dagli ecosistemi". Questo sarà
un passo fondamentale se si vuole di ridurre significativamente il tasso
di perdita della biodiversità entro il 2010.
"In un Pianeta in cui la popolazione umana sta aumentando a ritmi
impensabili, in cui le risorse naturali sono consumate in modo esponenziale
il richiamo alla funzionalità degli ecosistemi ed al futuro delle
nostre generazioni è un valore sociale e politico di fondamentale
importanza ", ha detto il Prof. Riccardo Valentini, Membro del Board,
dell'Università della Tuscia.
La perdita del capitale naturale
Il rapporto rileva che negli ultimi 50 anni gli esseri umani hanno
modificato gli ecosistemi più rapidamente e profondamente che in
qualsiasi altro periodo della storia. Fornire cibo, acqua, energia
e materiali ad una popolazione in continua crescita ha comportato un prezzo
altissimo per i complessi sistemi di piante, animali, microrganismi, funzioni
e processi biologici che consentono la vita sul pianeta.
Il degrado in atto aumenta la possibilità di cambiamenti improvvisi
ed imprevedibili che potrebbero avere un impatto molto grave sull'umanità,
come per esempio l'emergere di nuove malattie, il deterioramento della
disponibilità e della qualità dell'acqua, il crearsi di
"zone morte" lungo le coste, il collasso della pesca e modificazioni
profonde del clima.
Nel 2000 la concentrazione di biossido di carbonio nell'atmosfera
aveva raggiunto il livello più elevato degli ultimi 450.000 anni,
e dall'avvio della rivoluzione industriale era aumentata di circa il 32
per cento passando da 280 a 376 parti per milione di volume.
Tra il 1960 ed il 1990 l'uso di fertilizzanti chimici di sintesi ha fatto
triplicare a livello mondiale la concentrazione di azoto e fosforo
nel suolo. Questo aumento può provocare una dannosa crescita di
alghe nei laghi e nelle zone costiere, che a loro volta riducendo la disponibilità
di ossigeno nell'acqua, causano la morte di molte specie ittiche.
Gli esperti mettono in guardia che tutto questo ha prodotto la più
ampia, ed in larga misura irreversibile, perdita di biodiversità
sulla terra, e che a causa di ciò circa il 12% degli uccelli, il
25% dei mammiferi e almeno il 32% degli anfibi sono minacciati d'estinzione
nel prossimo secolo.
Acqua e pesca al livello limite
Due servizi - la pesca e l'acqua - hanno raggiunto un livello limite.
L'intervento umano sta sottraendo acqua alle riserve idriche in una misura
superiore alla loro capacità di rigenerazione. Lo stesso trend
negativo si riscontra per la pesca. L'avvento della pesca industriale
ha indebolito fortemente le capacità rigenerative delle specie
ittiche con una conseguente riduzione del pescato, in alcune zone pari
sino ad 1/10 della disponibilità originaria.
Divisione ineguale di benefici e perdite
Il Rapporto mette in luce che sono le popolazioni più povere quelle
che subiscono maggiormente gli effetti dei cambiamenti dell'ecosistema
e che qualsiasi politica di sviluppo che ignori l'impatto del comportamento
umano sull'ambiente è destinata a fallire. In Africa sub-sahariana
per esempio si prevede che il numero dei poveri salirà, passando
da 315 milioni nel 1999 a 404 milioni nel 2015.
Un cambiamento di tendenza è ancora possibile
Invertire il degrado dell'ecosistema ed al tempo stesso affrontare la
domanda crescente di servizi è ancora possibile, ma è necessario
un uso più saggio e meno distruttivo delle risorse naturali.
Il rapporto prefigura possibili scenari ed esplora le opzioni a disposizione
per conservare o rafforzare i servizi forniti dagli ecosistemi che riducono
gli effetti negativi. Ne è un esempio la protezione delle foreste
naturali, che non solo aiuta a preservare la ricchezza genetica della
fauna e della flora spontanea ma anche fornisce acqua ed aiuta a ridurre
le emissioni di carbonio.
Come si legge nella Dichiarazione dei 45 membri del Board che ha coordinato
la stesura del Rapporto: "La conclusione principale è che
allentare la pressione a cui sottoponiamo i servizi della natura del pianeta
è nel potere delle società umane". "I segnali
di allarme sono davanti agli occhi di noi tutti. Il futuro sta adesso
nelle nostre mani".
Il MA è il risultato di un partenariato tra molte
organizzazioni internazionali: quattro Convenzioni Internazionali - sulla
Diversità Biologica, sulla Desertificazione, sulle Zone Umide (Ramsar),
e sulle Specie Migratrici - cinque agenzie delle Nazioni Unite - il Programma
per l'Ambiente (UNEP), il Programma per lo Sviluppo (UNDP), l'Organizzazione
per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO), l'UNESCO e l'Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS) - la Banca Mondiale e l'IUCN, oltre
che da numerose istituzioni accademiche e scientifiche. Il lavoro è
stato coordinato da un Comitato scientifico e da un Board composto da
rappresentanti di queste istituzioni, di governi, del settore privato,
di ONG, e di gruppi indigeni. L'Assessment produrrà un totale di
7 rapporti di sintesi, e quattro volumi tecnici. Saranno poi pubblicati
separatamente altri 16 studi di valutazione specifici a carattere regionale.
Links: http://www.maweb.org/en/index.aspx
Comunicato Stampa WWF - inviato da Sara Bragonzi - ufficio stampa - comunicazione
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