PROTESTA DI SCANZANO IL SESTO GIORNO
Il sesto giorno. Martedì 18 novembre 2003 la vicenda delle "scorie" non accennava a diminuire. Tutt'altro, alcune dichiarazioni da parte delle istituzioni la infiammarono ulteriorimente trasformandola in una spaccatura nord-sud. Da un lato le realtà sociali meridionali manifestavano la propria solidarietà ai cittadini di Scanzano, dall'altro alcune località del Nord d'Italia videro nel deposito di Scanzano la fine del proprio incubo delle "scorie" nucleari. In particolar modo la comunità di Caorso, costretta a convivere da trent'anni nelle vicinanze di una centrale nucleare, organizzò per la domenica successiva una contro-manifestazione per chiedere al governo di non tornare indietro sul decreto "Scanzano". Stessa richiesta venne presentata da alcuni esponenti della Lega Nord. Così recitava un'agenzia di stampa: "Nessun dietrofront su Scanzano. E' la Lega a chiedere al governo di non tornare sui propri passi in merio alla scelta del sito per lo smaltimento delle scorie nucleari." (Adnkronos 18/11/2003) Si innescò un forte e pericoloso sentimento di rivalsa meridionale. Oggi lo ricordiamo al solo scopo di evitare che in futuro accada ancora.
Perché i cittadini lucani occuparono le strade? Oggi molti parlano delle strade occupate illegalmente dai cittadini di Scanzano ma pochi sanno che queste persone lo facevano per il timore dell'arrivo d'urgenza delle scorie prima ancora che il deposito ricevesse la VIA. Se la documentazione tecnica alla base del deposito fosse stata errata le scorie sarebbero rimaste ingiustamente in Basilicata. Così, normali cittadini occuparono le strade di accesso e della stazione ferroviaria di Metaponto, le principali via di accesso verso Terzo Cavone, trasformandosi in una muraglia umana. A manifestare ed a presidiare notte e giorno c'erano giovani studenti, padri e madri di famiglia, anziani...
Il muro contro muro. I dubbi manifestati il giorno precedente da alcuni esponenti governativi non si concretizzarono in atti formali. Il ministro dell'Ambiente, Altero Matteoli, dichiarò in una intervista a La Repubblica: "
su Scanzano c'e' stato un consenso tecnico cosi' largo da far risultare inutile la rosa dei candidati. Dai carotaggi e dagli altri rilievi e' risultato un sito ideale: c'e' uno strato di sale che non si muove di un millimetro da quattro milioni di anni ed e' incastonato tra due piani di argilla" (Ansa 18/11/2003). Il ministro fece anche un appello all'opposizione per far realizzare il deposito nell'interesse nazionale, aggiungendo l'impossibilità di esportare le scorie all'estero. Il decreto continuava il suo iter verso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. (Adnkronos 18/11/2003).
Queste dichiarazioni non lasciavano spazio ad alcun dialogo e scattò quel meccanismo di solidarietà tra cittadini. Nel bene o nel male, sempre più persone erano dalla parte dei lucani.
Le forme di protesta aumentarono. Alcune centinaia di persone iniziarono ad occupare anche l'accesso al centro ENEA di Policoro, la strada statale 407 Basentana e lo svincolo di Lagonegro dell'autostrada A3 (Salerno-Reggio Calabria) in provincia di Potenza. La protesta era guidata anche da sindaci ed esponenti del centrodestra lucano. Anche i sindacati regionali di Cgil, Cisl e Uil, riuniti a Scanzano Jonico, proclamarono lo sciopero generale regionale per il 13 dicembre 2003 in quanto, si legge nella loro nota, il decreto avrebbe portato la fine del polo agricolo e turistico metapontino e calabrese. Per la CIA della Basilicata erano a rischio 11mila aziende agricole lucane e rispettivi lavoratori. La solidarietà arrivò dalle regioni confinanti. Il presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto (AN), annunciò di procedere in tutte le sedi istituzionali opportune. Grande solidarietà e sostegno arrivò anche da Taranto, distante soltanto 60 km dal sito di Scanzano, dalla Calabria e dalla Campania. Lo stesso sindacato unitario dei lavoratori di polizia, il Siulp, chiese il ritiro del decreto (Gdmland - Gazzetta del Mezzogiorno 18/11/2003).
L'incontro a Palazzo Chigi. In serata il presidente della Regione Basilicata, Filippo Bubbico, incontrò il governo a Palazzo Chigi senza però giungere ad alcuna mediazione. Nel frattempo, al Parlamento italiano un gruppo di deputati dell'Ulivo presentò un'interpellanza urgente per chiedere il ritiro del decreto.
La protesta online. Sul nostro sito web NoalnucleareinBasilicata lanciammo il 18 novembre 2003 la petizione online per chiedere il ritiro del decreto. In poche ore era già stata firmata da duemila persone ed il sito web marciava ad una media di 20mila visitatori al giorno. Il server venne messo a dura prova ed andò in crash il sistema delle ecard. Fortunatamente bastò mettere un annuncio per trovare subito aiuto da altri siti e le ecard continuarono ad essere spedite. Il sito web si era trasformato in una sorta di manifesto online e cercammo in tutti i modi di mantenere una linea determinata ma anche responsabile. Gli animi erano già fin troppo accesi. Cercammo di auto-organizzarci alla meglio, eravamo circa dieci persone a curare il sito, la raccolta delle news, la gestione tecnica, i rapporti email ecc. Si lavorava soprattutto di notte in quanto, nelle ore del giorno, dovevamo comunque continuare le nostre normali attività lavorative. Pochi sanno che fu gestito non da Scanzano ma da Roma da ex studenti lucani ormai cresciuti e diventati manager, insegnanti o liberi professionisti. Per agevolare la gestione del sito cominciammo a delegare compiti anche ad altri siti web, in particolar modo affidammo al portale locale LucaniaNet il compito di curare i rapporti con la stampa. Nel frattempo si distingueva tra tutti anche il sito istituzionale della Regione Basilicata
www.basilicatanet.it nel cui forum si possono ancora leggere i messaggi scritti dai cittadini lucani in quei giorni tesi ed eccezionali.
In quella situazione di empasse e di muro contro muro, non restò altro che andare avanti ad oltranza e attendere la grande manifestazione organizzata per domenica 23 novembre 2003.
A cura di
Andrea Minini
ex coordinatore NNIB
15/11/2005
< Fonti e bibliografia >