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NUCLEARE IL PUNTO DI VISTA DI ECOAGE

Negli ultimi giorni Prodi e Scajola hanno espresso un'opinione politica sul ritorno italiano al nucleare. Durante il recente convegno di Legambiente il leader dell'Unione, Romano Prodi, ha parlato di nucleare fra venti-venticinque anni, dall'altro lato l'attuale ministro delle attività produttive, Claudio Scajola, ha ricordato la necessità di ricostruire le competenze italiane sul nucleare fin da oggi.

Le due posizioni sembrano apparentemente lontane. Come Ecoage abbiamo provato a dare un'interpretazione alla ricerca di eventuali punti di contatto.

Entrambi considerano un errore l'uscita dal nucleare nel 1987 e soprattutto l'abbandono di ogni presidio tecnologico della ricerca. In tal modo l'Italia ha perduto gran parte del bagaglio di conoscenze e competenze sulla materia. Per ricrearle, oggi, l'Italia dovrà pertanto tornare ad investire nel settore nucleare e collaborare in progetti stranieri. Infine, entrambi sottolineano l'importanza della ricerca sul nucleare.

Come può avvenire l'ipotetico ritorno al nucleare in Italia? Abbiamo delineato tre diversi scenari:

1) Riaccensione immediata delle vecchie centrali nucleari già esistenti (es. Caorso)

2) Costruzione nuove centrali tramite tecnologia e know how straniero (es. Francia)

3) Ricreare un settore nucleare italiano tramite la partecipazione industriale in progetti all'estero

A nostro giudizio la riaccensione delle vecchie centrali nucleari italiane ci sembra poco probabile in conseguenza del già citato deficit di competenze causato dall'uscita dal nucleare nel 1987. La seconda strada consiste invece nella realizzazione delle centrali nucleari di terza generazione, relativamente più sicure rispetto alle vecchie, tramite l'ausilio della tecnologia straniera (es. francese). Così come accade in Cina, le centrali nucleari sono realizzate da imprese francesi. Anche questa strada sembra poco probabile poiché implica la dipendenza tecnologica da un altro paese straniero. Allo stato attuale è inoltre difficile portare a termine un processo di localizzazione degli impianti senza scatenare proteste da parte delle comunità locali.

La terza strada. Cominciare ad investire nel settore nucleare italiano e nella ricerca per ricreare una filiera industriale nazionale, riacquisire esperienza mediante la partecipazione in progetti stranieri e infine costruire le nuove centrali nucleari italiane con tecnologia e know how italiano. E' la strada più lunga ma anche quella più razionale. La creazione della Ansaldo nucleare e l'annuncio di investire nella ricerca e nell'ingegneria nucleare è forse il primo passo di questo cammino. I tempi sembrano coincidere con quelli della messa in sicurezza delle scorie nucleari e di un programma divulgativo sulle energie fin dalle scuole dell'obbligo, senza alcuna presa di posizione ideologica, per ricreare l'ambiente culturale e favorire una conoscenza condivisa da parte di tutta la cittadinanza. Per superare l'effetto Chernobyl occorre tempo, trasparenza e disponibilità al dialogo.

I conti tornano. Considerando una media di 10 anni per la localizzazione-costruzione di una centrale nucleare sul territorio italiano e altrettanti necessari per ricostruire l'industria nucleare italiana, arriviamo ancora una volta ai venti anni già annunciati da Romano Prodi.

In conclusione. Gli aspetti che dividono e le differenze di opinione sul nucleare sono meno profonde di quel che sembrano. Probabilmente quel che manca oggi in Italia è soprattutto la capacità di dialogare e la disponibilità a sedersi costruttivamente tutti intorno ad un tavolo: governo, opposizione e cittadini.

Andrea Minini
associazioni ecologiste NIM/Ecoage
www.noalnucleareinbasilicata.com


26/11/2005


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