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Il ritorno del negazionismo

Si pensava fossero scomparsi dopo essere sconfitti dall'evidenza, parliamo dei negazionisti, ossia quei giornalisti e scienziati contrari all'evidenza dell'effetto serra e disposti a tutto pur di screditare la parte avversa. Un tempo godevano di ampia credibilità sui mass media e risorse per finanziare le proprie ricerche finalizzate a negare l'esistenza del riscaldamento globale e, in particolar modo, della responsabilità dell'uomo. Lo scopo era molto semplice: avvalorare le posizioni dei governi contrari a Kyoto e ritardare ogni investimento per il contenimento dei gas serra. A questo proposito il recente scandalo dell'American Enterprise Institute ha sciolto ogni dubbio.

Ma il negazionismo è tutt'altro che scomparso. Anche un solo giorno di ritardo nelle politiche ambientaliste vale miliardi di dollari, una buona ragione per continuare a 'negare anche l'evidenza', che oltre ad essere una regola aurea in un matrimonio duraturo pare si adatti bene anche al dibattito contemporaneo sull'effetto serra. E così, può capitare che uno scienziato come Carlo Rubbia sia definito 'ambientalista apocalittico' semplicemente perché favorevole al Protocollo Kyoto, e le persone preoccupate per il cambiamento climatico a una sorta di religione post-marxista.

Le tesi negazioniste sono però scomparse nel vuoto. Attualmente le critiche e le obiezioni concernono soprattutto il fattore incertezza, sempre presente in qualsiasi studio scientifico. Ad esempio, Richard Lindzen, climatologo di fama internazionale del Massachusetts Institute of Technology, alla conferenza di Venezia "Il futuro della Scienza" punta il dito sulla mancanza di dati storici sul clima. Non si conosce il clima di un secolo fa, e quindi non è possibile delineare un trend di surriscaldamento climatico. Una contestazione condivisibile e perlomeno fondata sul metodo scientifico. Meno condivisibili sono invece le tesi dei negazionisti minori, che con pseudo-umiltà e toni parareligiosi ricordano la piccolezza dell'uomo dinnanzi al creato e l'impossibilità delle attività umane di modificare gli equilibri climatici.

La geopolitica del negazionismo. Un sondaggio pubblicato su Newsweek il 13 agosto (fonte LaRepubblica) ha delineato una profonda spaccatura nel mondo occidentale tra Europa e America. Il 64% dei cittadini americani non è convinto del legame causale fra riscaldamento globale e attività umane. Di opposta sono invece i cittadini giapponesi ed europei, a dimostrazione del fatto che il negazionismo in Australia e Usa è ancora forte e della profonda spaccatura culturale sul tema global warming all'interno del mondo occidentale.

20070923






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