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Fame nel mondo? E' colpa dei biocarburanti

Fame nel mondo? E' colpa dei biocarburanti. Detto così può sembrare brutale ma questa è l'esatta percezione che sia ha del problema leggendo alcuni articoli giornalistici. L'ultimo nell'ordine di apparizione è "La fine del cibo" pubblicato sul Guardian di Londra. Pur partendo da dati reali e innegabili, la fame del mondo e l'ascesa dei biocarburanti, la comunicazione giornalistica accentua in modo esagerato (a nostro giudizio) il collegamento causa ed effetto tra questi due eventi. Spieghiamo il perché.

La fame del mondo non esiste da oggi

Il problema della fame del mondo è noto da almeno 50 anni. Il mercato dei biocarburanti è invece una novità di questi ultimi 2-3 anni. Fino a qualche anno fa era persino sconosciuta al pubblico l'esistenza del biofuel. I tassi di crescita a due cifre del biofuel fanno paura ma, lo ricordiamo, sono pur sempre dati "relativi", legati al fatto che precedentemente la produzione era ai minimi termini o addirittura nulla in molti paesi. In termini "assoluti" il mondo è quasi esclusivamente in mano alle fonti d'energia fossile (petrolio, gas, carbone). I biocarburanti sono una piccola eccezione... magari non a tutti gradita.

Il vero problema dei biocarburanti

Lester Brown, presidente della think thank Worldwatch Institute, sottolinea giustamente la connessione tra la crescita nella produzione dei biocarburanti e quella dei prezzi delle derrate agricole divenute loro malgrado un sostituto del costoso petrolio. In altri termini, se prima una derrata agricola destinata all'alimentazione costava 1 e il petrolio 100, utilizzando la derrata alimentare come sostituto del petrolio anche quest'ultima tende a crescere verso 100. Il prezzo del bene agricolo non terrà più in conto se la destinazione finale è al consumo alimentare o al consumo energetico. Indirettamente anche il prezzo dei prodotti da allevamento subisce la stessa sorte in quanto gran parte dei costi è costituito da prodotti agricoli (mangime). Ad esempio lo scorso anno il 20% del raccolto di granoturco negli USA è stato utilizzato per la produzione di etanolo. Nello stesso anno i prezzi dei generi di prima necessità come il pollo, il pane, la carne, il latte e le uova sono cresciuti del 7,5-10,0%. Lester Brown però pone l'accento soprattutto su altri due problemi: la crescita demografica mondiale e il cambiamento degli stili di vita in Asia e Cina, che ben poco hanno a che vedere con i biocarburanti.

In conclusione. E' razionale che ci sia un legame tra prezzo di una materia prima e il prezzo finale dei beni prodotti tramite quest'ultima. E' anche corretto preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine per la diffusione dei biocarburanti. Questo però non autorizza a colpevolizzare i biocarburanti dell'attuale fame nel mondo che ha ben altre origini. Basti pensare che:

  • Da cinquant'anni la politica agraria europea (PAC) si basa sul tenere i terreni incolti allo scopo di aumentare la redditività agricola, anche a costo di distruggere derrate alimentari. Donare il surplus agricolo ai paesi poveri per combattere la fame nel mondo avrebbe causato un ribasso del prezzo internazionale dei prodotti agricoli.

  • In Brasile, dove la produzione dei biocarburanti è già avviata da venti anni, soltanto il 4% della superficie coltivata è destinata alla produzione di bioetanolo.

  • La produttività dei farmers statunitensi è la più elevata al mondo.

  • Da sempre la crescita delle redditività agricole spinge al miglioramento della produttività dei suoli, del lavoro e delle tecniche. Non è pertanto detto che la crescita dei prezzi agricoli tenda al rialzo. E' economicamente errato accomunare il trend del prezzo del petrolio, risorsa scarsa e non rinnovabile, con quello della produzione agricola, distribuita e concorrenziale.

L'attuale fame del mondo sembra pertanto essere causata più dalla Politica Agraria Comunitaria degli anni passati che dalla produzione futura dei biocarburanti.


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