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L'emergenza tsunami nell'Oceano Indiano ha dimostrato al mondo la
potenza di un cataclisma naturale sulle opere dell'uomo. Non è certamente
possibile frenare questa furia distruttrice, nessuno può farlo,
ma potrebbe essere possibile ridurre le conseguenze sulle popolazioni
colpite. Indagando, ci accorgiamo che la natura c'entra ben poco.
Sul Pacifico il rischio tsunami è sempre molto elevato ma in queste zone
"ricche" è già operativo da tempo un sistema di
monitoraggio tale da attivare per tempo i piani d'evacuazione. Un terremoto
alle Hawaii potrebbe generare onde tsunami verso le coste dell'Asia e
dell'America. Prima di raggiungere le coste dei due continenti, le onde
impiegheranno dalle 5 ore (California) alle 9 ore (Giappone). Un lasso
di tempo prezioso in cui si riesce teoricamente ad evacuare grandi zone
costiere.
In primo luogo lo tsunami deve essere individuato con certezza.
Non tutte le manifestazioni sismiche di grande potenza generano tsunami.
Gli tsunami possono avere luogo anche per cause diverse come il cedimento
di grandi pareti rocciose o l'impatto di micro asteroidi. Per individuare
le onde tsunami l'oceano Pacifico è costantemente monitorato da boe-sensore.
Ogni boa è ancorata ai fondali in cui un sensore (o detector) monitora
il cambio di pressione dell'acqua, la direzione dell'onda e l'attività
sismica. La boa è in realtà un'unità centrale in grado di elaborare tutti
i segnali provenienti dai sensori e trasmetterli per via satellitare ai
centri di controllo sulla terraferma. In caso di tsunami i centri comunicano
immediatamente l'allarme alla protezione civile per attivare il piano
d'evacuazione prestabilito nelle zone a rischio. Il tempo di propagazione
delle onde è facilmente determinabile una volta individuato lo tsunami.
Questa azione tempestiva è però efficace solo se accompagnata
da una costante azione informativa della popolazione per "educare" all'evacuazione
in modo organizzato. Senza una campagna divulgativa e formativa nessun
piano d'evacuazione potrebbe mai essere realizzato in poche ore.
Le moderne tecnologie permettono la trasmissione delle informazioni
rilevanti in tempo quasi reale. Non è pertanto un problema tecnologico.
Il vero muro si trova sotto l'aspetto organizzativo e sotto l'aspetto
economico in cui versano molti paesi del sud del mondo. E' un problema
di povertà. Predisporre efficaci piani di evacuazione implica
forti costi di organizzazione da sostenere ogni anno. Nel caso dei paesi
in via di sviluppo o poveri non c'è alcuna possibilità di realizzare
o mantenere simili piani di sicurezza.Lo tsunami potrebbe non avere luogo
per decenni e la sicurezza passerebbe in second'ordine rispetto alle altre
emergenze dei paesi poveri. Per questi motivi il monitoraggio e l'organizzazione
dei piani d'evacuazione deve rientrare in un contesto internazionale.
Oltre agli iniziali aiuti per la ricostruzione è impensabile che i paesi
asiatici colpiti dallo tsunami possano realizzare dei validi strumenti
di controllo. In assenza di interventi strutturali nella sicurezza dei
mari anche il turismo, settore economico trainante per lo sviluppo locale,
rischia di subire le conseguenze dello tsunami per molti anni ancora.
Come sempre la tecnologia c'è, la volontà di utilizzarla al meglio, però,
è sempre dell'uomo e del potere economico.
Ecoage 4 gennaio 2005
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