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Il tema dell'ambiente merita di essere affrontato con forza da tutti
per il suo impatto sulla salute umana. Un punto di vista da non confondere
con le posizioni radicali di alcuni ambientalisti e di quelle eccessivamente
ottimistiche dei 'cornucopiani', fiduciosi oltre ogni limite sui vantaggi
dell'industrializzazione sfrenata.
In realtà l'ambiente si colloca all'interno di un complesso sistema
sociale, o per meglio dire, l'ambiente è il contenitore del sistema
sociale. Le relazioni tra l'ambiente e la società sono pertanto
difficili e complesse da non potersi affrontare con semplici slogan politici.
Ci soffermiamo per un momento su una di queste relazioni: la tutela dell'ambiente
e la localizzazione industriale. La delocalizzazione industriale è
un fenomeno basato sulla scelta delle imprese di spostare i propri stabilimenti
industriali verso paesi con minore tutela ambientale e minore costo del
lavoro. In particolare, in Italia questo fenomeno vede delocalizzare le
industrie italiane verso i paesi dell'est Europa. Il processo di delocalizzazione
degli impianti è motivato dalle aziende in nome dell'esigenza di
ridurre i costi per affrontare, con prezzi più bassi, la concorrenza
globale dei paesi emergenti come la Cina. Un punto di vista razionale
e condivisibile ma che, da un punto di vista sociale, implica anche l'importazione
della povertà e la distruzione di quel poco di buono che i paesi
europei hanno in tema di tutela dell'ambiente o del lavoro.
Seguendo la logica della delocalizzazione un'impresa opera radicali
riorganizzazioni dei propri processi produttivi a scapito dei lavoratori
italiani, i quali sono posti in esubero e, in molti casi, non riassorbiti
in altri settori industriali. A titolo di esempio prendiamo una notizia
a caso sul tema, tratta dal portale VareseNews:
"Delocalizzazione in Romania, 100 esuberi (...) riflette gli obiettivi
di efficientamento dell'organizzazione produttiva, razionalizzazione della
struttura industriale e delocalizzazione presso gli stabilimenti rumeni
delle prouzioni ad alto contenuto di manodopera e a bassa marginalità".
La notizia si riferisce ad una decisione presa da una storica azienda
italiana presente nel nostro settore tessile nazionale da oltre cinquantanni.
In Italia il principio di flessibilità viene spesso confuso
con quello brutale precariato. Un errore che rischia nel lungo periodo
di generare instabilità nelle scelte private e, alla fine anche
in quelle politiche. La perdita di un posto di lavoro può segnare
il passaggio sotto al livello di povertà con conseguenze tanto
private quanto sociali. Poco importa vedere calare il tasso di disoccupazione
quando il reddito privato non garantisce più quella stabilità
perché frutto di lavori precari. Una minore ricchezza "percepita"
tale da scatenare comportamenti recessivi sulla domanda interna di beni,
una spirale da cui è sempre difficile risalire. Minore spesa interna
implica minore giro d'affari ed il fenomeno della recessione si allarga
a dismisura,
Cosa c'entra l'ambiente in tutto questo? La tutela dell'ambiente
implica costi produttivi aggiuntivi per l'azienda e rischia di accelerare
ulteriormente proprio quel processo di delocalizzazione industriale e
di precarizzazione del lavoro in Italia. D'altro lato, senza una tutela
dell'ambiente ogni uomo dovrà sostenere un maggiore onere in spese
mediche ed una minore qualità della vita. Cosa scegliere tra lavoro
e salute? Il dilemma non è di facile soluzione.
Pur essendo tutti favorevoli a Kyoto I e II e ad ogni forma di controllo
dell'inquinamento non si deve fare l'errore di guardare da un'altra parte.
La difficoltà nel trovare ricette "economiche" è
frutto di un mondo globalizzato e complesso in cui tutto sembra inevitabilmente
collegato e, in situazioni di scarsità, gli obiettivi di efficienza
produttiva rischiano di non essere più in linea con quelli di benessere
sociale e di equa distribuzione della ricchezza. In un mondo globalizzato
la tutela dell'ambiente deve necessariamente essere un gioco di squadra
senza esclusioni o privilegi di sorta tra i paesi.
Ecoage 9 febbraio 2005
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