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LE TASSE DEL NUCLEARE

L'ex superministro dell'economia Giulio Tremonti aggiunge il suo nome alla lista dei politici favorevoli al nucleare. Dopo le dichiarazioni di Fini nella scorsa estate e quelle recenti del premier Berlusconi si riaccende nuovamente il dibattito sull'utilizzo o meno dell'energia atomica in Italia. Nel promuovere il nucleare si fa però leva su un punto poco chiaro, quello dei costi. Il famoso "uomo della strada" collega l'energia nucleare alla bolletta meno cara ma, nella realtà, altri commentano diversamente la questione.

Il problema dei costi del nucleare è talmente complesso da non potersi computare facilmente con un analisi costi benefici. Il ciclo completo del nucleare implica tre diverse fasi:

  1. costruzione centrale nucleare
  2. gestione e produzione energia
  3. dismissione centrale e stoccaggio scorie

L'attenzione viene generalmente concentrata sulla prima fase e sulla seconda fase. Nella prima ritroviamo i costi di costruzione degli impianti, nella seconda i costi di gestione. Esistono però anche i costi elevati della terza fase in cui l'impianto dovrà essere dismesso e le scorie stoccate in depositi geologici o ingegneristici per migliaia di anni. La sola dismissione di una centrale nucleare implica costi pari al doppio dell'iniziale costruzione della centrale. Il successivo stoccaggio delle scorie radioattive per migliaia di anni implica, infine, ulteriori costi economici nemmeno calcolabili in una normale gestione d'impresa.

E' quindi ovvio aspettarsi nel futuro una "mano dallo Stato" per coprire il deficit in rosso del nucleare con la spesa pubblica e, pertanto, con i soldi tratti dal prelievo fiscale ai cittadini. Un piccolo risparmio sulle tariffe in bolletta equivale pertanto ad una maggiore pressione fiscale sotto forma di tasse.

Il deficit economico del settore nucleare è ben conosciuto nei paesi occidentali. Non è un caso che negli USA non si realizzino più reattori da almeno vent'anni. Le società elettriche statunitensi sono private e reputano troppo oneroso il costo complessivo della gestione nucleare. Il rilancio del nucleare voluto da Bush implica pertanto un forte aiuto e sostegno tramite la spesa pubblica (alias tasse).

In Europa negli ultimi dieci anni soltanto la Finlandia ha realizzato un reattore nucleare. La Germania ha persino deciso di non rinnovare il parco delle proprie centrali nucleari al termine del loro ciclo produttivo. L'Inghilterra, infine, sembra dover importare le scorie radioattive degli altri paesi per coprire il deficit delle proprie centrali nucleari (fonte Guardian).

Non c'è dubbio che l'energia nucleare favorirebbe l'impresa italiana tramite tariffe più basse. Ma a quale prezzo? Quello di scaricare sul futuro e sulle tasse dei cittadini i costi sociali della gestione del nucleare. In Italia ancora oggi paghiamo nella bolletta dell'energia elettrica le spese dell'esperienza nucleare degli anni '70-'80 e quelle per la ricerca di un luogo in cui stoccare le poche migliaia di scorie radioattive. Senza dimenticarsi dei costi sociali del nucleare dovuti alle proteste dei cittadini residenti nei pressi di un deposito o di una centrale nucleare. Basti ricordare la protesta regionale lucana di Scanzano Jonico nel 2003 o le continue proteste dei cittadini residenti nei pressi dell'ex centrale nucleare emiliana di Caorso. Una paura che sembra non avere latitudini ma, anche tralasciando gli aspetti sociali, il nucleare continua ancora oggi a presentarsi come una scelta antieconomica per qualsiasi impresa privata. Quel che si risparmia da una parte, ossia sui costi dell'energia per le industrie, trasla in modo maggiorato dall'altra, sotto forma di tasse presenti e future sui cittadini. C'è veramente da chiedersi perché si continui a parlare di nucleare in Italia.

Ecoage 5 febbraio 2005

 

 

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