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Bandiere nere di Legambiente 2005

È un mare che soffre sempre di più quello italiano. Un allarme già lanciato da Legambiente lo scorso anno e che conferma la sua veridicità nei numeri e nelle storie raccolte dall’associazione ambientalista durante tutto il 2004. Crescono le situazioni d’illegalità, le infrazioni al codice della navigazione e l’inquinamento marino. È addirittura boom del mattone selvaggio, aumentano i casi di pesca di frodo e di cattiva depurazione. Crescono anche i chilometri di costa non balenabile e quel che è peggio è che non vengono risparmiate neanche le aree di mare protetto.

È questo quanto emerge, in estrema sintesi, dal dossier di Legambiente Mare Monstrum 2005 presentato questa mattina a Roma nel corso di una conferenza stampa per salutare la partenza di Goletta Verde e il ventennale della campagna ambientalista più famosa d’Italia.
L’indagine annuale di Legambiente ha raccolto le storie e i numeri di un mare stressato e sempre più minacciato dall’impunità di vacanzieri di passaggio poco rispettosi o abili sfruttatori.

A conferma, come sempre, i numeri: reati ambientali accertati dalle forze dell’ordine nel corso del 2004 sono stati 19.111, ossia cinque illeciti ogni due chilometri di litorale, con un incremento del 7% rispetto al 2003, che già aveva registrato un aumento del 7,2% rispetto al 2002. Il trend di crescita riguarda più o meno tutto il territorio nazionale con picchi nelle regioni del sud Italia, in particolare Sicilia, Puglia e Campania, dove vengono registrate ormai tradizionalmente il maggior numero d’infrazioni. Crescono del 15% i reati nel settore dell’inquinamento e della cattiva depurazione (erano 1.224 nel 2003 sono passati a 1.406 del 2004), ma cresce parallelamente anche il mare inquinato, così come si ricava dai dati del Ministero della Salute diffusi da un’agenzia di stampa che ha posto fine al colpevole silenzio cui ci ha abituato nel corso degli ultimi anni il dicastero retto dall’ex ministro Girolamo Sirchia.

Più 7% di mare inquinato pari a qualche decina di chilometri sul totale nazionale, ma sufficienti a far parlare di un inquietante campanello d’allarme dopo anni di lenta, ma progressiva conquista di nuovi chilometri balneabili. C’è poi l’avvelenamento dei sedimenti marini che, come si ricava dai dati del monitoraggio predisposto dal Ministero dell’Ambiente, non risparmia neanche i chilometri di mare protetto. L’analisi di sedimenti e molluschi prelevati dai fondali delle aree marine protette ha fatto registrare in più di una circostanza una presenza inquietante di metalli pesanti, pesticidi ed altre sostanze pericolose. Del resto il mare è per sua natura inconfinabile e l’inquinamento che veicola non conosce vincoli e perimetri. Dati questi, che seppur poco incidono con la balneabilità delle acque, lanciano un segnale allarmante: il nostro mare risulta essere sempre di più e con assoluta evidenza, il deposito finale della maggior parte degli inquinanti utilizzati e prodotti in ambiente terrestre. A questo proposito vale la pena ricordare come in Italia siano oltre gli 85.000 gli ettari di mare inseriti nel Piano nazionale di bonifica del Ministero dell’Ambiente.

Aumentano le infrazioni al Codice della navigazione e crescono considerevolmente i reati nel settore della pesca di frodo, un comparto che fa registrare un secco +33% rispetto all’anno precedente. Si passa, infatti, dalle 5.060 del 2003 alle 6.736 del 2004.
“E’ questo un dato – fa sapere Sebastiano Venneri, responsabile mare di Legambiente - che più di ogni altra considerazione deve far riflettere su certi provvedimenti furbetti e arruffoni che proprio recentemente sono stati al centro di roventi polemiche fra associazioni ambientaliste e organismi sovranazionali (Unione Europea e Accobams) da un lato e Ministero delle Politiche Agricole dall’altro, che pretendono di offrire ancora un’opportunità alle spadare, gli attrezzi da pesca vietatissimi ormai da quattro anni e oggetto di più di un piano di riconversione con relativo esborso di denaro pubblico”.

C’è una nota che può apparire positiva spulciando nell’immensa mole di dati raccolti grazie anche quest’anno al contributo delle forze dell’ordine. E’ il numero dei provvedimenti di sequestro di strutture abusive sul demanio marittimo che sono quasi raddoppiati rispetto all’anno precedente, passando dai 760 del 2003 ai 1.367 del 2004, con un incremento dell’81% su territorio nazionale e punte massime in Sicilia dove si è registrato un aumento del 122% dei provvedimenti emessi (si passa da 114 del 2003 a 253 del 2004).
“Sostanzialmente quello che emerge dal dossier – spiega Roberto Della Seta, presidente di Legambiente – è un’impunità generalizzata e sempre più arrogante. Tanto per citare un esempio basti pensare a chi si ostina a voler edificare sul demanio marittimo. C’è il compiacimento per un’azione sicuramente più efficace e incisiva da parte delle forze dell’ordine nel contrasto dell’abusivismo edilizio sul demanio marittimo, ma d’altro canto va considerato che i provvedimenti di sequestro vengono adottati nei casi più gravi di violazioni.

Se da una parte i costruttori abusivi edificano in modo sempre più devastante, dall’altra la risposta delle forze dell’ordine non si è fatta aspettare ed è servita in questo caso a calmierare e a raffreddare l’impeto cementificatorio sulla costa”. Fenomeno dunque che, purtroppo, non accenna ad arrestarsi e che si manifesta in forme diverse lungo la penisola: se a nord infatti si ristruttura, a sud si costruisce ex-novo. Al primo posto si colloca la Sicilia, con 696 infrazioni accertate (più 19% rispetto al 2003), 576 persone denunciate e ben 253 sequestri (più 122%), seguita quest’anno dalla Puglia, con 489 notizie di reato, 617 persone denunciate e 200 sequestri effettuati. Al terzo posto troviamo la Campania (437 infrazioni accertate e 632 persone segnalate all’autorità giudiziaria). Questa regione, invece, è la prima in Italia per numero di sequestri eseguiti: ben 259.

Un’illegalità dilagante che non risparmia neanche il mare protetto: un caso su tutti l’abusivismo edilizio lungo i 38 km della Riserva Marina di Capo Rizzuto, dove gli inquirenti hanno addirittura riscontrato come in quest’area avvenga una vera e propria spartizione del territorio tra cosche: il clan degli Arena si sarebbe riservato la zona sul mare, quella più pregiata; gli altri sodalizi mafiosi, invece, sembra abbiano dovuto accontentarsi delle zone più periferiche.
L’abusivismo edilizio però ha anche un’altra grave colpa: l’erosione delle coste. La forte antropizzazione delle fasce costiere e l’insediarsi di molteplici attività sia turistiche che produttive hanno contribuito ad alterare l’equilibrio dell’ecosistema costiero. Così su 3734 km di spiagge (il 50% dei 7468 chilometri di coste italiane), ben la metà risulta essere soggetta a fenomeni di erosione (il 23% sul totale delle coste italiane). Le regioni più minacciate sono il Molise, la Basilicata e la Calabria; mentre Liguria ed Emilia Romagna sono intervenute sulla metà del tratto di costa interessato.

Al lavoro di denuncia di Legambiente si aggiungono le Bandiere Nere 2005 recapitate da Goletta Verde alla cosiddetta “sporca dozzina”, e cioè coloro che hanno danneggiato il mare e la sua costa. È il vessillo meno ambito d’Italia proprio perchè segnalano i “nuovi pirati del mare”: amministrazioni, politici, imprenditori, società private che si sono contraddistinti per attacchi o danni all’ambiente marino e costiero.

A cominciare dalla Liguria che nel giro di pochi chilometri riceverà due bandiere nere. Per la società Vivilmare s.r.l. che ha proposto un porto turistico alla foce del Bisagno, di 150.000 mq per oltre 700 posti per barche e alla società Baia Blu Stabilimento balneare s.r.l. di Lerici, per la costruzione di oltre una decina di container-bungalow nella collina della Baia Blu situata nel comune di Lerici (SP) che ha distrutto in maniera irreversibile la caratteristica pineta.
Alla Regione Friuli Venezia Giulia per la manifesta volontà di minimizzare la vicenda relativa alla bonifica della laguna di Marano e Grado che, dopo tre anni di reiterati stati di emergenza è ancora ben lontana dalla messa in sicurezza.

Non c’è pace per la Raffineria Api di Falconara (An), habitué della Bandiera Nera di Legambiente. La motivazione è la volontà di realizzare altri due impianti di generazione di energia elettrica, uno di 400 e l’altro di 60 megawatt, accanto a quello già esistente di 290 megawatt di potenza.

A Enel SpA, in Veneto per aver determinato i destini del Delta del Po negli ultimi vent’anni di attività, inviando nell’atmosfera zolfo, azoto, metalli e quant’altro di nocivo per la salute dei cittadini, come risulta dalle perizie giudiziarie richieste dai magistrati nel processo penale in corso a carico di Enel.

Al Comune di Ravenna, per aver previsto nel piano regolatore la “legalizzazione” del Villaggio di capanni e cottages abusivi costruiti alla foce del Torrente Bevano, all'interno della Riserva Naturale dello Stato e del Parco del Delta del Po, nell'ultimo tratto di costa naturale del ravennate (circa 7 km di litorale), per il danno ambientale che il villaggio e le difese passive abusive provocano impedendo il naturale salto di meandro e la libera divagazione della foce.
In Calabria, alla Società Internazionale "Euro Paradiso", che vorrebbe realizzare un mega villaggio turistico alla Foce del Fiume Neto, a nord della città di Crotone. Il mega villaggio, progettato a detta della Società sul "modello Las Vegas", non solo interesserebbe circa 1.000 ettari pari ad un quarto del territorio comunale di Crotone provocando un prevedibile squilibrio territoriale, ma contrasterebbe in modo evidente col modello di sviluppo basato sulle straordinarie risorse storiche, culturali e naturalistiche di quel territorio.

In Basilicata alla Cit Holding (Compagnia Italiana del Turismo), per aver realizzato i villaggi Porto Greco e Torre del Faro, ad opera della Engeco spa, che oltre ad aver prodotto un alto impatto ambientale su uno dei tratti di costa scampati alla speculazione edilizia si trova ora a far vivere in forti disagi economici i dipendenti del complesso turistico jonico e le piccole imprese locali. Bandiera Nera alla Nettis Resort nel territorio di Pisticci (Porto degli Argonauti). I lavori del Porto degli Argonauti, nel territorio di Pisticci, sono stati portati avanti dalla Nettis, senza prendere in considerazione il provvedimento di inedificabilità emesso dal gip del Tribunale di Matera nel luglio 2004.

In Sicilia alle Autorità portuali di Trapani per i lavori relativi alla Coppa America all’interno della zona di protezione speciale delle Saline di Trapani.

Al Ministro della Difesa On. Antonio Martino, per non aver difeso in questo caso la Sardegna e i suoi abitanti dalle servitù militari cui sono sottoposti. Per non aver mai dato risposte alle istituzioni sarde, oltraggiandole platealmente in più di un'occasione, negando il diritto all'informazione, noncurante della salute e dell'incolumità dei sardi.

Alla petroliera San Marco, come simbolo di tutte quelle navi che non rispettano le normative per la tutela ambientale. La petroliera, battente bandiera italiana, è stata costretta a mettere l'ancora al porto dopo essere stata sorpresa a ripulire le cisterne in una zona ecologicamente protetta.

L’Ufficio stampa Legambiente
06.86268355-79

30 giugno 2005

 

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