Anche con Berlusconi torna la legge Levi-Prodi
Il web è il male dell'Italia. In tempi di crisi la torta diventa più piccola e il policy maker italico, non avendo la minima cultura imprenditoriale pura (in Italia nessun imprenditore si è fatto veramente da sé) trova corretto espellere da internet chi gestisce un sito web o un blog montando gli Adsense o i banner per finanziarsi. E' il triste ritorno del decreto Levi-Prodi, della serie al peggio non c'è mai fine e non importa chi sia al Governo, sarebbe opportuno capire chi sta sopra ai governi visto che le proposte più o meno si somigliano. Come scritto lo scorso anno, all'epoca criticando il governo Prodi, oggi è il governo Berlusconi a ridiscutere il disegno di legge che potrebbe espellere dal web milioni di italiani non giornalisti. Chi è iscritto all'albo potrà continuare a gestire un sito web senza problemi, chi non è iscritto all'albo dovrà cancellare il proprio sito web o, al massimo, togliere quei box adsense che gli consentono di autofinanziare l'iniziativa. Del resto, si sa, pecunia non olet. E le associazioni? Le società che lavorano su internet? La libertà d'opinione? Si parla di ROC, di registro delle attività online, ma sarà consentito a tutti di registrarsi o soltanto ai giornalisti? Fin dal 2001 il Parlamento italiano ha legiferato contro la libera iniziativa su internet, riprovandoci varie volte senza mai trovare la formula giusta. Lo stesso ordine dei giornalisti ha sempre chiesto a gran voce una regolamentazione del web, intesa non come una legittima chiusura dei siti in cui sono compiuti reati di ogni tipo e violazioni al diritto d'autore, bensì la semplice associazione del web come mezzo di stampa che comporta indirettamente l'espulsione dal web italico di chi gestisce un sito web o un'attività online senza essere giornalista. Resta da chiedersi come potranno lavorare online i non giornalisti non potendo scrivere e che senso abbia avere un sito web senza parole. Da aggiungere che questi siti web, a differenza della stampa, non percepiscono contributi statali per l'editoria e si autofinanziano con la pubblicità online, pagando regolarmente le tasse sui ricavi pubblicitari (iva, unico ecc). Ma di questa piccola imprenditorialità italiana non sembra importare a nessuno. Nel dicembre 2005 era stato il governo Prodi ad annunciare l'intervento, poi concretizzato con il criticato disegno di legge Prodi-Levi, insabbiato soltanto dalla crisi governativa. Lo scorso anno augurammo pubblicamente le elezioni anticipate a seguito della polemica. Oggi è il governo Berlusconi a riprendere lo stesso disegno di legge e facciamo altrettanto, entrando a far parte di quel folto e ipotetico 30% di popolazione italiana che non si trova in linea con il premier italiano (non solo per la riforma dell'editoria anti-web ma anche per la politica su scuola e ambiente). Probabilmente il mercato della pubblicità online è considerato ormai maturo per non essere lasciato a molti cani sciolti e può compensare i tagli sui contributi all'editoria che saranno effettuati con la riforma dell'editoria. Perché in realtà è tutta una questione di soldi. Non si tratta di investire nella lotta ai siti pedoporno o combattere le truffe online. Si potrebbe pensare che in tutto il mondo è così ma, in realtà, negli altri paesi europei tutti i cittadini possono gestire siti web senza necessariamente essere giornalisti. Soltanto in Italia accadono queste cose. Sfiduciati dalla politica e dall'Italia stessa non ci resterà altro che votare con i piedi cambiando Paese, portando Ecoage in Spagna o in Romania per continuare a parlare di energie rinnovabili agli italiani... bel paradosso italiano.
Per saperne di più:
20081112
Nota: proponiamo a chi si trova in queste situazioni di creare uno sportello online per favorire la delocalizzazione all'estero delle attività online, come fare, dove spostare i server o le società, quali documenti compilare. Se questo Paese non ci ama, spostiamo pure le nostre imprese e associazioni in altri paesi europei. Oltre ad essere cittadini italiani siamo anche cittadini europei e possiamo farlo. Finora abbiamo votato con la testa, facendoci sempre prendere in giro dal politico italico di turno, adesso votiamo con i piedi.
< Fonti e bibliografia >